Marzo 2020. Il Governo Conte emana un Dpcm (decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) che impone in tutta Italia il coprifuoco, per rispondere in maniera rapida alla pandemia che nei primi mesi dell'anno ha colpito il paese ed il mondo intero. Nessuno può uscire se non munito di autocertificazione che giustifichi l'azione stessa. Tutte le attività commerciali vengono chiuse, gli spazi di ricreazione e di attività sociale vengono resi inaccessibili a tempo indeterminato. La restrizione degli spazi di vita, oltre che dei modi e dei tempi di relazione sociale, portano ad un incremento della domanda di dispositivi digitali come laptop, pc, smartphone, tablet, necessari anche per rendere operativa la nuova tipologia di istruzione digitale chiamata DAD (didattica a distanza).
Questa urgenza di digitalizzazione ha comportato quindi un aumento esponenziale della domanda di quelle materie prime che rendono possibile il funzionamento dei sistemi tecnologici, digitali ed informatici sui quali poggia la società moderna in ogni suo aspetto, dalla socialità alla politica, dall'amministrazione delle istituzioni all'economia, ovvero le "terre rare".
Quando si parla di terre rare - materiali pregiati per la loro grande capacità conduttiva, appartenenti al gruppo dei lantanidi - non si parla di risorse effetivamente difficili da trovare nel sottosuolo terrestre, informazione residuale di una conoscenza passata obsoleta ed incorretta; infatti molti di questi materiali sono abbondanti quanto il rame o il piombo, con giacimenti presenti in Cina, Stati Uniti, India, Afghanistan, Corea del Nord, Australia, in proporzioni differenti. La questione annosa legata all'estrazione di questi minerali, riguarda la poca propensione ad accettare i progetti d'estrazione da parte delle comunità locali, dovuta agli alti livelli di inquinamento ed al peggioramento delle condizioni di vita che comporta vivere a stretto contatto con tali attività.
La vera lotta da parte delle aziende interessate all'estrazione e della politica è quella di riuscire a trovare luoghi in cui la popolazione avanzi pretese minime se non nulle a riguardo, unito ad una gestione dei costi efficace e poco dispersiva; ecco spiegato perchè il mito delle terre rare viene tutt'ora portato avanti dal mondo della politica e dai media tradizionali. Iconica è la crisi del 2010 causata dalle divergenze politico-economiche tra Giappone, partner commerciale europeo, e la Cina, fornitore all'epoca del 97% della domanda di questi minerali. In breve, dispute di ordine geopolitico ritardarono notevolmente la consegna dei carichi diretti verso Europa e Stati Uniti, gettando nel caos i mercati e le aziende occidentali. Da allora è iniziato un graduale processo di emancipazione dal monopolio cinese, che ora è responsabile di circa il 58 % dell'offerta mondiale (circa 140 mila tonnellate, stando ai dati raccolti fino al 2018). Le terre rare si stanno rapidamente trasformando da possibile soluzione per la transizione ecologica ad arma economica per dirimere le questione geopolitiche, soprattutto per quanto riguarda i rapporti sino-americani, che nel 2019 durante il mandato Donald Trump hanno raggiunto un picco tensivo a causa della guerra economica scatenata dal tycoon americano. Tali elementi sono alla base delle più avanzate tecnologie militari, motivo per cui gli Stati Uniti stanno tentando di rendersi sempre più autonomi dal monopolio cinese.
Qual è dunque la caratteristica che rende l'estrazione di questi input così difficile e soprattutto pericolosa per la salute umana e del pianeta?
Per capire meglio questo punto è necessario citare la situazione creatasi in Cina, uno dei primi e tutt'ora maggiori fornitori di REE (rare earth elements). A partire dagli anni '90 infatti, il paese ha sperimentato lo sviluppo esponenziale del mercato di smartphone, computer, pannelli fotovoltaici, componentistica elettronica per auto e similari, i cui input fondamentali erano per l'appunto forniti dalla nuova industria estrattiva, localizzata principalmente nella regione dello Jiangxi, nel sud del Paese. I metodi per l'estrazione dei minerali, tramite l'utilizzo di un mix di acqua e diversi prodotti chimici nocivi, hanno causato come conseguenza l'inquinamento di larghe porzioni delle falde acquifere, dell'aria e del suolo della regione. Il governo ha perciò tentato di porre rimedio alle esternalità provocate nel corso degli anni, con lo stanziamento di decine di miliardi di yen, dagli innumerevoli sistemi di stoccaggio del materiale estratto e dalle strutture necessarie per ottenere i REE, che risultano molto difficili da estrarre ed isolare da materiali come piombo, arsenico, fluorite ed altri metalli pesanti, presenti nel campione di terreno originario. Sono necessari svariati passaggi e trattamenti con acidi ed agenti chimici per ottenere i prodotti finali: neodimio e praseodimio, lasciando alle loro spalle un'ingente quantità di rifiiuti complessi da smaltire.
Una via alternativa è quella proposta ad esempio dall'Arafura Resources, compagnia di estrazioni australiana, che ha ideato un progetto che permette la lavorazione e lo smaltimento nello stesso punto di estrazione, evitando così il trasporto dei materiali nocivi per ultimare il processo produttivo. La proposta ha incontrato anche il favore di quelle aziende occidentali sempre più attente alla propria linea di condotta ecologica e alla tracciabilità dei materiali acquistati.

Impianto di lavorazione e stoccaggio del prodotto estratto
Date le complesse condizioni di reperibilità e produzione dei REE, alcuni produttori del settore automobilistico, uno degli acquirenti più interessati a tali materiali, hanno tentato, con poco successo, una via alternativa al loro utilizzo per la costruzione di autoveicoli, sfruttando surrogati o sostituti con proprietà simili. Per sopperire alla difficoltà di reperimento del prodotto e smaltimento degli scarti dell'industria estrattiva, gli esperti hanno teorizzato due nuovi approcci: il cosiddetto "flex mining" e il riciclo delle componenti da cui sono composti i device digitali. Il primo metodo consiste nel recupero dei REE a partire dagli scarti di estrazione, presenti nell'attività estrattiva generica. In tal modo si minimizzerebbe la necessità di aprire nuovi impianti , contenendo così i costi, riducendo al contempo l'impronta ecologica dell'estrazione mineraria ed evitando i rischi connessi all'apertura di nuovi siti, pericoloso a livello politico, per la gestione delle comunità nelle immediate vicinanze, a livello culturale per le controversie legate a progetti spesso contestati ed a livello medico per le conseguenze che l'inquinamento comporterebbe per la salute della popolazione; il vero ed unico ostacolo all'implementazione su larga scala di questo approccio alternativo, è l'alto livello di coordinazione ed efficienza richieste per funzionare. Quanto al secondo metodo citato, recenti studi hanno evidenziato come meno dell'1% dei REE utilizzati venga poi riciclato e ri-immesso nel ciclo produttivo; ciò è perlopiù da imputare a quella flebile volontà politica di cui sopra, sostenitrice del tema della "scarsità" e quindi della necessità di aprire nuovi poli estrattivi piuttosto che di una scelta più consapevole ed ecologica come quella del recupero delle componenti elettroniche in disuso.
Nel mese di settembre si è assistito al ritiro delle truppe americane dall'Afghanistan, avvenuto in maniera improvvisa ed inaspettata ai più ma preventivabile date le promesse fatte in campagna elettorale dal neo-eletto POTUS Joe Biden. Il vuoto di potere generato dall'abbandono di Kabul, che ha ricordato sinistramente la caduta di Saigon del '75, ha spinto altri attori ad intervenire nell'area, per via delle caratteristiche geopolitiche e delle risorse naturali della regione; la Cina ha infatti mostrato enorme interesse a causa della presenza di ricchi giacimenti di materie prime come il litio, fondamentale per il mercato dei veicoli elettrici e dei dispositivi elettronici. Il nuovo governo talebano d'altronde, alla ricerca del riconoscimento internazionale per poter gestire il disastroso bilancio di Stato, tenuto in piedi per 20 anni dagli aiuti della comunità internazionale, si è dimostrato più che incline ad accettare l'ingerenza della piovra cinese sugli asset di maggior valore della regione. Sono tutt'ora in corso incontri diplomatici tra i rappresentanti talebani e i paesi occidentali, nello specifico gli Stati Uniti, decisi nel voler risolvere questioni di interesse nazionale, come la graduale evacuazione di civili afghani e cittadini statunitensi dall'aeroporto di Kabul, individuato fin dai primi giorni come obiettivo principale di eventuali attacchi terroristici - poi tristemente verificatisi - .
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Il lockdown generalizzato imposto in molteplici nazioni, ha comportato un aumento della domanda di dispositivi tecnologici che l'industria stessa non aveva messo in conto: lo streaming tramite varie piattaforme come Twitch per ovviare ai limiti imposti alla socialità, il data mining, utilizzato per generare profitto, spesso come vere e proprie "money farm" composte da centinaia di computer ed in generale l'aumento di device che il singolo individuo ha iniziato ad utilizzare, hanno portato alla saturazione del mercato di microchip, schede video, processori, RAM e tutte le componenti necessarie al loro funzionamento, rendendo impossibile l'approvvigionamento di nuovi prodotti.
I colossi dell'automotive, prevedendo l'enorme impatto negativo comportato dalla pandemia sulla domanda di automobili, hanno ridotto all'osso la domanda di microchip e componenti varie, modificando in tal modo la gerarchia di consegna da parte dei fornitori e trovandosi, a quasi due anni dall'inizio dell'emergenza, in fondo alla lista degli acquirenti.
Anche aziende come Apple o Samsung, ormai in vetta nella classifica degli investimenti in chip, hanno dovuto posticipare l'uscita dei loro nuovi prodotti; quest'ultima nonostante ricavi ben 56 miliardi dalla vendita di semiconduttori e ne spenda oltre 36 per sostenere la propria produzione, ha segnalato difficoltà nel rispettare i progetti di uscita dei nuovi modelli di smartphone.
Come lo stesso co-capo esecutivo del gigante coreano Koh Dong-jin afferma, esiste un serio problema di disparità nell'ottenimento degli input necessari ai vari settori dell'industria, oltre che ad un'inevitabile inflazione dei prezzi dei prodotti finali.
A causa dell'incessante richiesta di semiconduttori - che tenderà a crescere nel corso dei prossimi mesi - le previsioni per il superamento di questa crisi sembrano piuttosto nefaste, con la fine del 2021 che prospetta il perdurare di questa paralisi produttiva, con conseguenze rilevanti sulle necessità e i consumi degli individui.