"Se riusciranno ad imporsi, ho deciso che non mi sposerò nè darò vita ad una famiglia perchè non posso sopportare l'idea che i miei cari vivano sotto il loro controllo. I rapporti con persone di altri paesi verrebbero recisi di netto e la nostra vita diventerebbe simile a quella dei sudditi nord-coreani. Ci opporremo al regime fino a quando non vinceremo. Diviene necessario sacrificare la propria vita per assicurare quelle della prossima generazione".
Queste le parole di un giovane scrittore birmano, che rappresentano lo spirito con cui il paese sta affrontando la crisi politica e sociale che perdura ormai dal 1° febbraio, giorno del colpo di stato militare.
Ma minacce per la democrazia tali non nascono nel giro di pochi mesi, sono processi che affondano le radici in decenni di instabilità politica, di repressione sociale, di mancanza di figure intenzionate a originare un processo democratico endogeno e trasparente.
Ma andiamo con ordine.
La Birmania nasce ufficialmente come Stato nel 1948, dopo aver ottenuto l'indipendenza dal Regno Unito, sotto forma di una repubblica e slegata dal Commonwealth, al quale avevano aderito le altre ex-colonie britanniche. Fin da subito, le minoranze presenti sul territorio desiderose di una maggiore autonomia e quindi di una riforma in senso federale dello Stato, si opposero al governo appena nato. La situazione si protrasse fino al 1962, quando il generale Ne Win, con l'appoggio dell'esercito e del CSRLO (Consiglio di Stato per la Restaurazione della Legge e dell'Ordine), mise in atto un golpe militare, destituendo il governo del primo ministro U Nu. L'obiettivo - fin da subito raggiunto - era quello di smantellare il sistema federale che nel decennio precedente era stato creato, dando vita alla cosiddetta "via birmana al socialismo"consistente nel nazionalizzare l'economia del paese, sopprimere i partiti esistenti ed elevando a partito unico il PPSB (Partito del Programma Socialista della Birmania) grazie alla totale repressione di giornali, formazioni politiche divergenti e degli oppositori del neonato regime.
Tale opposizione al governo dittatoriale di Ne Win proseguì nella forma di una vera e propria guerriglia urbana, alimentata dalla volontà delle varie identità regionali del paese (chin, kachin, karen, mon e shan); peso particolare ebbero inoltre gli studenti birmani, che a partire del 1985 iniziarono a manifestare alacremente contro le decisioni economicamente stringenti di Ne Win, oltre alle già citate limitazioni ad un pensiero politico ed alla sua rappresentanza già da tempo stritolate nella morsa autoritaria del dittatore. Nel 1987 le strade di Pegu, Mandalay, Tavoy ed innumerevoli altre realtà urbane, si animarono di incessanti scrosci di proteste universitarie, durante le quali migliaia di individui, dagli studenti agli agenti di polizia persero la vita; il culmine delle proteste si raggiunse nel 1988, dopo le dimissioni da presidente della Repubblica di Ne Win, sotto la guida di Aung San Suu Kyi, figlia dell'eroe nazionale Aung San. U Nu, rientrato nel paese dopo la sua permanenza negli Stati Uniti, decise di proclamare un governo provvisorio e future elezioni, ma con un ulteriore colpo di mano, i militari ripresero il controllo diretto del Paese, imponendo la legge marziale.
Solo nel 1990 si tennero le prime elezioni libere in cui Aung San Suu Kyi riuscì ad ottenere una maggioranza schiacciante dei seggi con il proprio partito, l'NLD (Lega Nazionale per la Democrazia). Il tutto durò comunque poco, l'Esercito rovesciò l'Assemblea popolare arrestando Aung San Suu Kyi, premiata per il profuso impegno con il Nobel per la pace nel 1991, iniziando un calvario di incarcerazioni e scarcerazioni che durerà fino al 2010, giorno della sua liberazione definitiva.
Oggi.
Le immagini di ciò che è avvenuto il 1° febbraio 2021 sono piuttosto iconiche ed amaramente, per le ragioni sbagliate: ci troviamo nei pressi del Pyidaungsu Hluttaw, l'edificio che ospita il Parlamento; una ragazza fermatasi nella piazza di fronte all'edificio inizia a registrare il proprio workout quotidiano proprio mentre sullo sfondo si stagliano figure di veicoli antisommossa e mezzi militari che si dileguano lontano dalla ripresa: si stanno dirigendo verso la struttura per mettere in atto un colpo di Stato. Mentre la ragazza si diletta nell'eseguire esercizi, alcuni individui alzano le sbarre perimetrali per permettere il passaggio dei veicoli con l'obiettivo di prendere il controllo della struttura, in concomitanza con l'apertura della prima seduta del Parlamento, dopo che le recenti elezioni avevano portato Aung San Suu Kyi e il suo partito ad ottenere una netta vittoria elettorale.
Dopo aver arrestato la leader, a capo del neonato governo si insedia il comandante Min Aung Hlaing, figura essenziale negli ultimi decenni per la conservazione del potere della cosiddetta "Tatmadaw" - organizzazione per la difesa nazionale birmana- nonostante gli enormi passi compiuti verso la creazione endogena ed in parte esogena di una pluralità politica democratica.
Da allora, la brutalità dei soldati della Tatmadaw ha subito un'escalation crescente, con picchi caratterizzati dalla repressione nel sangue delle proteste di milioni di cittadini, stupri, violenze e l'uccisione di decine e decine di bambini, in quella che pare una triste conferma del mai appassito potere che quest'organizzazione possiede ed esercita sulla società civile. Numerose testimonianze mostrano come i soldati, nel tentativo di inseguire i protestanti che tentavano di rifugiarsi all'interno di quartieri abitativi, abbiano aperto il fuoco ed ucciso gli inermi residenti di queste aree, colpevoli solamente di essere nella propria casa, cercando riparo da quella che è ormai diventata una guerra civile.
In questa operazione infatti, chiamata dalla stessa organizzazione "democrazia che fiorisce dalla disciplina", risiede l'essenza della Tatmadaw, i cui effettivi possiedono una vita parallela rispetto alla controparte civile: hanno accesso a scuole, ospedali, prodotti alimentari privilegiati, social media, banche, aziende cinematografiche proprie, sfruttando il vincolo del matrimonio per legarsi alle famiglie più influenti e ricche del paese, rendendo questa categoria di individui sempre più elitaria e chiusa nei confronti del mondo esterno. Questa chiusura assume contorni ancor più distorti se si pensa che le vedove dei militari che perdono la vita sono spesso obbligate a risposarsi con i commilitoni del marito caduto. Ciò che permette la sopravvivenza di questa enclave sociale e politica ha certamente a che vedere con l'addestramento che questi individui ricevono, molto simile ad un vero e proprio lavaggio del cervello, messo in atto dai propri superiori, esperti di guerra psicologica.
Uno spunto rilevante della situazione in fieri è senza dubbio l'incessante opposizione offerta dalla popolazione birmana, in particolare dai giovani studenti, che in centinaia di migliaia si sono riversati nelle strade delle maggiori aree urbane del paese; un attaccamento al sistema democratico, ottenuto dopo decenni di lotte intestine tra coloro che si proclamavano guardiani dello stato e coloro che desideravano un futuro libero dalle imposizioni autoritarie di lunatici ed egocentrici dittatori appartenenti all'èlite militare. Ulteriore conferma del fatto sono gli innumerevoli "testamenti digitali" lasciati quotidianamente da coloro che decidono di prendere tra le mani la propria vita unendosi alle proteste. Queste persone, poco prima di uscire di casa, accettano consapevolmente l'eventualità di non poter fare più ritorno dai propri cari e dai propri affetti, lasciando loro messaggi di commiato. La Tatmadaw, nel tentativo di bloccare i tumulti e l'organizzazione delle proteste, è arrivata ad isolare la popolazione dal mondo digitale, impedendo loro di accedere alla stessa rete internet.
"It's not fighting outside forces, outside countries, it's fighting its own people"
Queste sono le parole di Hannah Beech, giornalista a capo dell'Ufficio del Sud-Est asiatico del NY Times, che in un'intervista all'interno del podcast "The Daily" racconta alcuni episodi significativi e toccanti di ciò che sta succedendo nello stato birmano, soprattutto legati a quella categoria di individui che più viene danneggiata da drammi come questi: i bambini. Sono infatti più di 40 coloro che sono stati uccisi all'interno di questo crescente climax di omicidi e violenze. Sono stati sorpresi durante momenti di vita quotidiani, che erano soliti ripetere illudendosi di essere in totale sicurezza, all'interno delle proprie case.
La giornalista descrive dettagliatamente la morte di una bambina, Aye Myat Thu, colpita a morte mentre aiutava il padre con il taglio delle noci di cocco.